Pelle: la menopausa non fa più paura!

La menopausa, si sa, è un momento delicato nella vita di ogni donna, poiché comporta numerosi cambiamenti fisici che hanno un impatto anche sulla nostra psiche. In particolare, oggi ci occupiamo di un aspetto spesso sottovalutato ma non meno importante: la salute della pelle durante e dopo la menopausa.

Happy mature woman admiring herself in the mirror, immagine da pinkitalia.it

Con il calo della produzione di estrogeni, infatti, si va incontro anche a modificazioni a livello cutaneo: lipidi, acqua, acido ialuronico e collagene diminuiscono, l’epidermide e il derma si assottigliano, e la nostra pelle sembra perdere di colpo densità, luminosità e idratazione. Questi cambiamenti interessano la cute di tutto il corpo, che soffre secchezza e atrofia, ma in particolare del viso, che registra una perdita di tono e una maggiore rugosità.

In realtà la diminuzione di collagene nella pelle avviene già dopo i 40 anni ed è appunto dovuta all’abbassamento degli estrogeni. In generale la nostra pelle subisce cambiamenti per tutta la vita, a seconda di fattori intrinseci (ereditarietà, razza, età, ecc.) e fattori estrinseci (abitudini di vita quali il fumo, l’esposizione al sole nel corso degli anni, dieta, ecc.) e alcuni studi dimostrano che le donne che vanno in menopausa precoce tendono a soffrire più rapidamente  di disidratazione e invecchiamento cutaneo. È necessario quindi aver cura della pelle sin da giovani: solo in questo modo, quando i livelli di estrogeni iniziano a scendere, si ritroverà in un ambiente sano e in una condizione di idratazione ottimale per affrontare meglio i cambiamenti.

Che fare, dunque? La nostra cute è un vero e proprio organo, e deve essere ‘nutrita’ innanzitutto dall’interno, mantenendo uno stile di vita sano, con una dieta ricca di frutta, verdura e fibre e facendo regolare esercizio fisico ed evitando il tabacco.

Per limitare i danni dell’invecchiamento e della secchezza cutanea, ci sono poi accorgimenti da assumere quotidianamente che daranno immediati risultati: sostituire saponi e gel doccia con alternative che non contengano elementi aggressivi; utilizzare creme specifiche per pelle in menopausa, in grado di rafforzarla e stimolare il collagene; in questo senso, scegliamo prodotti di ultima generazione, in grado di “sostituire” gli elementi che apportano tono ed elasticità alla pelle in età fertile; per il corpo, utilizzare creme o oli idratanti e nutrienti che non contengano agenti irritanti o ingredienti come i parabenidistruttori endocrini che durante la premenopausa e la menopausa non dovrebbero essere utilizzati. Durante la pre-menopausa, molte donne potrebbero avere insoliti problemi di acne dovuti alla irregolarità dei loro livelli ormonali; in questo caso è bene ricorrere a prodotti specifici studiati per la pelle impura non più giovanissima, in grado di trattare l’acne senza creare ulteriore secchezza e sensibilità. Le vampate di calore possono poi portare ad arrossamenti e capillari rotti: occorrerà allora un trattamento ad hoc da alternare alla crema antietà. Non è una cattiva idea un gommage dolce da fare una o due volte alla settimana, per rimuovere le cellule morte, illuminare, e permettere ai trattamenti di penetrare più facilmente. Infine, per ritrovare turgore e luminosità, possiamo ottenere risultati sorprendenti con integratori mirati al benessere della pelle, in grado di stimolare la produzione di collagene ed elastina in calo.

Le dermatiti da freddo…

Con l’arrivo della stagione fredda la pelle delicata può andare incontro ad alcuni disturbi. I motivi principali sono due: viene nutrita di meno perché i vasi sanguigni si contraggono per risparmiare il calore e vengono poi a mancare gli effetti positivi del sole tra cui la sintesi di vitamina D. Possono allora comparire le cosiddette dermatiti da freddo e possono peggiorare le patologie dermatologiche già in atto. La dermatite da freddo più comune è quella della mano: la pelle diviene secca e ruvida e a volte compaiono le dolorose ragadi ai polpastrelli che ci impediscono i comuni lavori manuali. Possono anche comparire i geloni a mani e piedi, colpendo soprattutto le giovani donne asteniche, cioè quelle fisiologicamente magre che hanno uno scarso cuscinetto adiposo di protezione contro il freddo. Un altro problema è poi il prurito invernale: si tratta ancora di cute secca che inizia a desquamare come forfora e si accompagna a prurito, spesso molto fastidioso, più accentuato alla sera, quando ci spogliamo.

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Le dermatiti da freddo vanno sia prevenute sia combattute. La prevenzione più efficace, oltre che tenersi ben coperti, è diminuire i lavaggi e non usare detergenti schiumogeni, ma solo “saponi non saponi” specifici, asciugandosi meticolosamente. Infatti la produzione di lipidi cutanei diminuisce drasticamente durante la stagione invernale e se continuiamo a lavarci come durante l’estate finiamo con favorire la secchezza cutanea e le sue conseguenze per eccessiva sottrazione di lipidi dalla pelle.

Per evitare che la cute diventi secca occorre inoltre applicare quotidianamente un prodotto appropriato dopo il lavaggio. Per combattere la secchezza invernale, infatti, non si usano le creme idratanti, che in alcuni casi possono peggiorare la situazione, bensì unguenti (meglio se naturali) e creme nutrienti, che attirano l’acqua nello strato corneo, restituendo la morbidezza perduta.

Queste indicazioni valgono a maggior ragione per le problematiche croniche. Purtroppo, infatti, anche le due dermatiti più frequenti come la dermatite atopica e la psoriasi peggiorano in questo periodo, poiché in entrambi i casi vi è un difetto di funzione barriera che si accentua con il freddo e la conseguente minor sintesi di lipidi: utilizzare detergenti e creme appositamente formulate, è quindi più importante che mai.

Purtroppo non sempre la prevenzione ci mette al riparo e in questo periodo per le pelli più sensibili è frequente la comparsa di eczemi e lesioni infiammatorie, che si manifestano con arrossamento ed eritema, vescicole che possono essere umide o ricoperte di croste, gonfiore, prurito, pizzicore e dolore. In questi casi la ricerca dermocosmetica più recente ha studiato dei rimedi che possono sostituire o accorciare le cure cortisoniche topiche (che è sempre meglio evitare per periodi prolungati). L’utilizzo costante di questi preparati può lenire prurito e infiammazione e riparare l’epidermide danneggiata, ripristinando il corretto equilibrio della barriera cutanea e proteggendo efficacemente la pelle dalle aggressioni batteriche.

Se avete dubbi rivolgetevi al vostro dermatologo e al reparto dermocosmetico della vostra farmacia di fiducia!

Affrontiamo il cambio di stagione… secondo Natura!

Quante volte ai cambi di stagione ci sentiamo un po’ giù di corda? Niente di strano: con l’arrivo della primavera in particolare abbiamo improvvisamente a che fare con una maggiore quantità di luce, cambiano spesso anche i nostri ritmi e il corpo e la mente fanno fatica ad adattarsi.

Ecco che ci sentiamo fiacchi, privi di energia, stressati, abbiamo un leggero ma continuo, mal di testa, una sensazione di sonnolenza predominante e non abbiamo voglia di fare nulla. Aggiungiamoci poi quel po’ di debolezza conseguente alle influenze da “colpo di freddo” tipiche della mezza stagione o alle allergie e il gioco è fatto. Situazioni di debolezza e apatia possono però dipendere anche dall’intensificazione dei nostri impegni quotidiani legati a lavoro, sport e studio, come nel caso dei tanti giovani che si preparano agli esami.

In tutti questi casi può diventare difficile mantenere costante lo slancio naturale e il riposo del fine settimana non è mai sufficiente, soprattutto in questo periodo di naturale calo fisico.

Per far fronte a questa situazione per prima cosa è essenziale curare l’alimentazione, evitando cibi di difficile digestione come la carne rossa, i latticini e gli alcolici, e riducendo anche quelli che contengono il glutine. Tanto per cambiare, ampio spazio dovrebbe essere dato invece alla frutta e alla verdura fresca di stagione, in particolare quella a foglia verde, che fa bene al fegato e lo disintossica. Non dimentichiamo poi di bere molta acqua, per aiutare l’organismo a eliminare le tossine. In questo senso, possiamo ricorrere a due o tre tisane disintossicanti e depurative al giorno, a base di Ortica, Tarassaco, Bardana e Gramigna.

Se vogliamo tiraci su un valido aiuto può venire inoltre da integratori cosiddetti “ricostituenti”, purché scegliamo quello più adeguato alle nostre esigenze. Le cosiddette sostanze tonico-adattogene forniscono infatti principi attivi molto utili per sostenerci in periodi di aumentato fabbisogno energetico. Le più utilizzate ed efficaci nei tonificanti naturali ad azione specifica per gli adulti sono Ginseng, Eleuterococco, Guaranà, Rodiola e Whitania. Per sostenere invece i bambini nello svolgimento dei loro piccoli grandi impegni di ogni giorno, si può utilizzare, sotto consiglio del pediatra, Malto d’Orzo o Germe di Grano, Acerola, i cui frutti, ricchi di vitamina C, sono ideali per aiutare l’organismo a reagire ai fastidi legati ai primi sintomi influenzali, e Pappa Reale, che con le sue proprietà toniche e ricostituenti ne aumenta la vitalità e lo stato di benessere psicofisico ottimizzando la capacità di resistenza.

Anche per chi è già sopra i 50 anni di età o per chi deve affrontare periodi di particolare attività intellettuale, erbe officinali quali Semi d’Uva, Schisandra e Ginkgo (controindicato solo in caso di terapie con anticoagulanti o antiaggreganti piastrinici), possono fornire sostanze utili a potenziare reattività, memoria e capacità di concentrazione.

Se poi la spossatezza è dovuta a stati di convalescenza, rivolgetevi al vostro farmacista di fiducia, che terrà in considerazione età, ritmi di vita, tipo di impegni e caratteristiche fisiche per trovare insieme a voi la soluzione migliore.

Nuova stagione, nuova routine di bellezza!

Ormai si sa… “il sole non è più quello di una volta”, e con l’arrivo della bella stagione anche la nostra routine di bellezza quotidiana deve cambiare per far fronte alle nuove esigenze della pelle.

Tanto per cominciare, come sappiamo l’esposizione selvaggia al sole è ormai bandita per qualsiasi tipo di carnagione e le sue conseguenze negative si presentano anche dopo anni, nei casi migliori sottoforma di invecchiamento cutaneo precoce e discromie.

Proteggersi dal sole è infatti un imperativo fondamentale sia per chi ha una pelle chiarissima, secca, intollerante, che non si abbronza mai o, peggio, è soggetta a scottature ed eritemi, sia per chi ha una carnagione olivastra e riesce ad abbronzarsi facilmente: in questo caso spesso il colorito non è perfettamente omogeneo e possono comparire delle antiestetiche macchie scure.

Quando la crema solare e gli scrub preparatori non bastano a regalarci un colorito dorato e uniforme e a proteggerci adeguatamente da scottature e danni delle radiazioni, bisogna agire anche dall’interno, con degli integratori specifici in grado di alzare le difese della pelle e di donarle un’abbronzatura omogenea e molto più duratura.

Gli integratori di ultima generazione contengono antiossidanti fondamentali come la vitamina C, E e il betacarotene, per contrastare la comparsa dei radicali liberi, probiotici per tenere alte le difese immunitarie della pelle e acidi grassi per combattere la disidratazione. Sono utilissimi anche a chi si abbronza facilmente, per prevenire l’inestetismo delle macchie cutanee, ma diventano fondamentali per chi è intollerante al sole. Per fare la differenza nella lotta a eritemi e iperpigmentazioni cutanee, dovremmo quindi assumere i preparatori da Aprile/Maggio per almeno un mese e utilizzare un filtro solare fin dai primi soli primaverili, anche in città. Ne esistono molti in commercio, con diverse formulazioni, alcune delle quali arricchite di complessi in grado di fortificare anche i capelli e limitare i danni di radiazioni e salsedine anche sulla chioma.

Per fare un lavoro ottimale sulla nostra pelle, infine, agli antiossidanti orali dovremmo associare i cosmetici adatti: l’ideale è applicare un siero antiossidante tutte le mattine prima della crema solare (ad alta protezione se ci esponiamo al mare, media se siamo in città e non abbiamo problemi di melasma). I sieri agiscono infatti contro i radicali liberi, lavorando in modo diverso ma sinergico con i filtri, per preservare la bellezza (e la salute) della pelle, aumentando la capacità schermante dagli effetti del sole fino a 8 volte in più e limitando così di molto il foto-invecchiamento.

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Se avete bisogno di un consiglio per trovare la vostra corretta routine di bellezza per questo periodo dell’anno chiedete sempre consiglio agli esperti: con gli accorgimenti giusti presto potrete sfoggiare una pelle dorata, luminosa e… più bella!

Gli integratori che combattono le rughe

immagine da ultimaora.net

immagine da ultimaora.net

Lo sapevate? L’invecchiamento cutaneo può essere combattuto efficacemente agendo dall’interno.

Gli integratori alimentari antirughe appartengono alla categoria dei nutricosmetici, che raggruppa tutti i prodotti dietetici appositamente formulati per migliorare la salute e la bellezza della pelle. Molti di essi contengono inoltre principi attivi,  come collagene e acido ialuronico, utili anche per il benessere articolare, nella prevenzione e nel trattamento dell’artrosi, e per stimolare la crescita di unghie e capelli.

Per capire come agiscono dobbiamo sapere che, rispetto a un’epidermide giovane e liscia, una pelle segnata dalle rughe presenta: perdita della quantità di collagene ed elastina, con disorganizzazione delle rispettive fibre, importantissime per la forza, la resistenza e l’elasticità cutanea; perdita di glucosamminoglicani, tra cui l’acido ialuronico, che assicurano idratazione e compattezza; riduzione della produzione di sebo con aumento della secchezza; riduzione del grasso sottocutaneo, con conseguente rilassamento.

Queste alterazioni sono la naturale conseguenza del passare degli anni, ma possono essere accelerate da fattori ambientali. Sappiamo, ad esempio, che esposizione ai raggi solari, fumo di sigaretta, inquinamento, dieta scorretta, stress psicofisico, terapie farmacologiche prolungate ed esposizione a sostanze nocive e irritanti accentuano le alterazioni cutanee e anticipano la comparsa delle rughe. Tutti questi fattori causano infatti eccesso di radicali liberi, responsabili dei processi di decadimento cronologico dell’organismo e dell’insorgenza di numerose malattie. Ne consegue che un buon integratore antirughe deve fornire da un lato sostanze capaci di neutralizzare i radicali liberi in eccesso, dall’altro rallentare le alterazioni associate all’invecchiamento, fornendo direttamente le sostanze necessarie al metabolismo cutaneo.

Le molecole ad azione antiossidante che possono essere impiegate negli integratori antirughe comprendono polifenoli, come il resveratrolo, vitamine, in particolare A, C ed E,  carotenoidi, precursori della vitamina A, tra cui il licopene, e molte altre, come selenio, coenzima Q10, acido lipoico. Questi composti, agendo in sinergia, sono in grado di ridurre la reattività di diversi tipi di radicali liberi, rendendoli facilmente eliminabili dall’organismo e migliorando visibilmente l’aspetto della pelle. Naturalmente, il segreto è la costanza: anche il miglior antirughe presente sul mercato va utilizzato per circa tre/quattro mesi per ottimizzare i benefici estetici.

È d’obbligo infine ricordarci che è altrettanto importante abbinare gli integratori antiossidanti ad una dieta equilibrata e a uno stile di vita sano e sportivo, che da sempre sono i migliori antietà!

La differenza tra cibo e prodotti alimentari…

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Quando facciamo spesa o mangiamo fuori casa non sempre ci interroghiamo su cosa realmente stiamo consumando e introducendo nel nostro organismo… L’educazione alimentare è invece alla base della nostra salute e del nostro benessere, e quindi, come dico sempre, della nostra bellezza…

Oggi vorrei riflettere sulla differenza tra i prodotti alimentari, o cibi lavorati e confezionati, e il cibo vero e proprio.

Il cibo è ciò che la natura produce e offre nel rispetto della biodiversità agro-alimentare e dei ritmi naturali, e senza l’obiettivo della massima resa, come ad esempio l’insalata del nostro orto.

Il prodotto alimentare, invece, è il risultato della manipolazione dell’uomo sul cibo (una zuppa di verdure in scatola ad esempio), allo scopo di esaltarne i sapori, gli odori e altre proprietà; si tratta cioè di appagamenti indotti artificialmente agendo sulla appetibilità, e oggi sono questi ultimi a dominare il mercato.

Che cos’è l’appetibilità? Deriva dal latino appetere (desiderare un cibo) e viene esaltata attraverso zucchero, sodio e additivi chimici capaci di modificare le proprietà organolettiche dei prodotti alimentari, con lo scopo di esaltarne il piacere (anche attraverso i grassi saturi) e spingere al loro maggior consumo. L’appetibilità è inversa al senso di sazietà: più la prima è alta, più è basso il secondo. Questo significa avere una maggiore sensazione di fame e mangiare di continuo prodotti alimentari con gusti, odori e colori modificati dalla tecnologia.

Perché vengono aggiunti gli aromi agli alimenti? Prima di tutto perché i consumatori si aspettano un determinato sapore e per recuperare o migliorare il gusto perso durante il processo di lavorazione, ma spesso anche per rimediare alla bassa qualità delle materie prime.

La gran parte degli alimenti trasformati e raffinati sono progettati allo scopo di favorire comportamenti di dipendenza: non soltanto gli ingredienti, ma anche la consistenza e la sensazione che danno in bocca vengono studiati con il fine unico di provocare un’esperienza di piacere che stimola il cervello alla stregua di una droga.

Nel settore dell’alimentazione la Neuroscienza è infatti entrata in scena da tempo, per contribuire a creare cibo più coinvolgente e quindi redditizio. In particolare si considera la cosiddetta “sazietà sensoriale specifica”: un alimento non deve mai soddisfare completamente, ma essere abbastanza piacevole da indurne la voglia. Così, i prodotti di maggiore successo devono il loro consumo di massa a formule molto complesse, capaci di stuzzicare notevolmente le papille gustative ma senza avere un sapore ben distinto, che è invece quello che serve al cervello per indurre il senso di sazietà (questa è una differenza che corre tra un panino fatto in casa e i panini delle grandi catene di fast food, ad esempio).

Purtroppo c’è una preoccupante sovrapposizione tra il comportamento delle droghe, specie la nicotina, e del cibo nel cervello. È stato infatti dimostrato che gli stessi meccanismi molecolari che guidano le persone alla tossicodipendenza si trovano anche dietro alla compulsività nel mangiare troppo, che porta spesso all’obesità. Il quadro è ancora più grave se si considera che queste strategie sono rivolte soprattutto a bambini e ragazzi, che sono più vulnerabili e hanno meno strumenti per scegliere ciò che è sano. Tocca a noi informarci per tutelare la nostra salute e quella dei più piccoli!

Diete a confronto!

immagine da ideagreen.it

Una dieta è un programma alimentare che s’intraprende per ottenere un obiettivo di peso corporeo desiderato ma anche per aiutare a gestire meglio alcune malattie come cardiopatie, diabete, nefropatie ecc. La dieta è anche un sussidio importante per gli sportivi che vogliano potenziare la propria massa muscolare o per controllare l’alimentazione in chi soffre d’intolleranze  o allergie alimentari. Tre componenti principali partecipano alla definizione del peso corporeo: il tessuto scheletrico, la massa muscolare e il tessuto adiposo. Per ottenere un calo ponderale, poiché sul tessuto scheletrico non si può agire e su quello muscolare si può lavorare soltanto attraverso un frequente e continuo esercizio sportivo, il primo intervento che si può attuare deve mirare alla diminuzione del tessuto adiposo. L’aumento di peso è sempre il risultato di un bilancio energetico. Se la quantità di energia introdotta quotidianamente con gli alimenti è superiore al proprio dispendio energetico totale (DET) giornaliero, è matematicamente impossibile non aumentare di peso poiché la quota di energie introdotta è in eccesso, sarà inesorabilmente convertita in tessuto adiposo. Per questo motivo il  bilancio energetico di una dieta deve essere personalizzato per ogni singolo paziente. Non esistono schemi dietetici generalizzabili e non esistono persone che ingrassano senza assumere un eccesso di calorie rispetto alle proprie necessità. Vediamo allora le caratteristiche principali dei più conosciuti e seguiti regimi dietetici nella nostra cultura alimentare! Mangiare un po’ di tutto e fare cinque pasti Per garantire la copertura di tutti i fabbisogni nutrizionali si deve mangiare un po’ di tutto avendo cura che: – il 55-60% dell’apporto di energia totale sia fornito dai carboidrati – il 25-30% dai grassi – il 10-15% dalle proteine Suddividere l’introito calorico in almeno  5 pasti nell’arco della giornata aiuta a mantenere stabile il profilo glicemico nelle 24 ore e serve a mantenere in equilibrio il dispendio energetico dell’organismo. I picchi d’insulina che si producono quando si lasciano ampi spazi temporali tra un pasto e l’altro (6-7 ore) stimolano la  fame e inducono il soggetto a rimpinzarsi maggiormente e in modo critico alla sera finendo per trasformare nel pasto principale quello serale, ma poiché dopo la cene inizia il periodo di riposo (anche solo accomodandosi sul divano a guardare la tv) l’introito calorico produrrà la conversione dell’eccesso glicemico in grasso di deposito.  Utilizzare la cena come pasto principale è un’abitudine sbagliata e ciò ha portato i nutrizionisti di tutto il mondo a promuovere la prima colazione, che deve fornire almeno il 20% delle calorie giornaliere. Per evitare poi di arrivare a cena con troppa fame si dovrà fare uno spuntino a metà mattina e una merenda pomeridiana. Questi due pasti devono fornire globalmente almeno il 10-15% dell’introito energetico quotidiano. Il 35-40% dovrà arrivare dal pranzo e non più del 25-30% dalla cena. La dieta mediterranea Non esiste un alimento che contenga tutti i nutrienti, né in natura né come prodotto trasformato. Il segreto della dieta mediterranea è il naturale bilanciamento dei macronutrienti fornito dai suoi cibi principali: cereali, legumi, ortaggi, frutta  e pesce. Minore spazio è dato alla carne, al latte e alle uova, che pur non devono mancare. L’olio extravergine di oliva è l’unico condimento previsto ed è concesso un moderato consumo di vino rosso, ricco di utili polifenoli come il resveratrolo. L’apporto di fibre è superiore ad ogni altro sistema e a parità di porzioni, fornisce un minor apporto calorico. Le fibre sono probabilmente l’elemento nutrizionale più potente e sicuro per modulare l’apporto glicemico del pasto, ridurre l’assorbimento dei grassi e del colesterolo e prevenire i tumori dell’apparato digerente. Una curiosità: Nel Novembre 2007 l’UNESCU ha incluso la dieta mediterranea nella lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell’umanità. Diete iperproteiche La principale funzione delle proteine è fornire aminoacidi ai tessuti e favorire i processi di rinnovamento cellulare. Le proteine hanno anche funzione energetica, ma in una alimentazione bilanciata questa funzione è marginale. Questo compito è utilizzato durante il digiuno prolungato o l’attività fisica impegnativa e di lunga durata, quando gli aminoacidi a catena ramificata (isoleucina, valina e leucina) vengono degradati a scopi energetici. Il principio fondamentale delle diete iperproteiche è la riduzione drastica del consumo di zuccheri semplici (dolci, bevande  zuccherate, pasta e pane). Si evitano tutti gli alimenti ad alto indice glicemico, ovvero quei cibi che hanno la capacità di fornire velocemente glucosio dopo la loro assunzione.  Nelle diete iperproteiche vengono aumentate le proteine fino a 1,8-2 g per Kg, una soglia limite, oltre la quale l’organismo non è in grado di utilizzare l’eccesso di aminoacidi e per eliminare l’azoto prodotto, sottopone i reni ad un impegno dannoso. Per questo motivo si prescrive ai pazienti un apporto di acqua, durante le 24 ore, eccezionale, non meno di 4-5 litri. I vantaggi di queste diete sono: – il mantenimento costante dei livelli d’insulina – l’aumento del metabolismo basale – la stimolazione della lipolisi – l’aumento della massa muscolare Gli svantaggi sono ascrivibili ai relativi problemi renali (insufficienza renale e nefropatia diabetica) e al rischio, non infrequente, di indurre cheto acidosi. La dieta a zona Questo metodo si basa schematicamente su: – alimentazione bilanciata – moderato esercizio fisico – gestione del stress psico-fisico – integrazione di Omega 3 Il suo fondatore, il biochimico Barry Sears, teorizza l’assunzione dei cibi secondo la regola 40-30-30 ovvero 40% carboidrati, 30% proteine e 30% grassi. Questa distribuzione di macronutrienti garantirebbe la produzione d’insulina in una particolare zona definita dal suo autore: equilibrio. Ogni zona ha un contenuto calorico standard (100Kcal) e va consumata in tempi prestabiliti, come intero pasto o sua frazione. In questo modo si raggiunge uno stato psicofisico ottimale, trasformando il concetto stesso di dieta in un vero e proprio concetto filosofico.  Nessun dato scientifico è stato fornito dalla dieta a zona, che dimostri quali effetti può avere sui fattori di rischio cardiovascolare, se protratta nel tempo. Chi la utilizza racconta di sentirsi benissimo in termini di energia, capacità mentale e rendimento fisico, miglioramento della qualità del sonno e della digestione. La dieta metabolica Molto popolare nell’ambiente dei body building, si basa sul principio della temporanea deplezione dei carboidrati, da attuare in un certo periodo di tempo e che porterebbe all’esaurimento del glicogeno epatico e muscolare. In un secondo tempo si caricherebbe l’alimentazione di carboidrati per rifornire l’organismo di glicogeno fresco, da utilizzare durante una competizione. Ma lo schema è solnto teorico e mancante di forti evidenze scientifiche. La perdita d’acqua dovuta all’esaurimento del glicogeno sottopone l’organismo ad un super lavoro renale e la limitazione drastica di frutta e verdura costringe ad un integrazione vitaminica e minerale, mentre le carenza di fibre può sfociare in seri problemi di stitichezza, diverticolite e aumentato rischio di cancro all’intestino. La dieta vegetariana Il vegetarianismo è costituito da diete che propongono schemi alimentari molto diversi: La lacto-ovo vegetariana vieta il consumo di carne e pesce ma consente l’uso di alimenti derivanti dal latte, le uova, i formaggi e il miele La lacto-vegetariana esclude anche e uova La vegana vieta anche i derivati e della quale esiste una branca eco-vegana che impone l’utilizzo di soli alimenti provenienti da coltivazioni biologiche e/o biodinamiche La crudista basata sul solo consumo di frutta e verdure crude La fruttista permette solo il consumo di frutta, semi oleosi e semi germogliati. A seguito della sua rigida carenza di acidi grassi saturi, il vegetarianismo garantisce l’abbassamento di colesterolo e del rischio cardiovascolare ad esso connesso ed è efficace contro obesità e diabete. Tra i vegetariani è anche diminuito il rischio di neoplasia colon-rettale. Sull’altro piatto della bilancia lo scarso assorbimento del ferro dei vegetali unito ad una carenza di VitB12 , vitamine presente solo negli alimenti di origine animale, può produrre anemie che necessitano d’integrazione. Troppa fibra provoca eccesso di acido fitico, che ostacola l’assorbimento di calcio, ferro e zinco, e la riduzione dell’assorbimento di calcio indotta dagli ossalati presenti nei vegetali facilita la  formazione di calcoli renali. Il vegetarianismo non deve mai essere basato sul fai da te ma obbliga il soggetto ad informarsi bene sulle sue regole fondamentali. Concludendo, l’efficacia di uno schema dietetico non è definibile solo dal calo ponderale prodotto ma lo è quando è dimostrato scientificamente che quel determinato schema si associa ad un allungamento della vita media della popolazione che lo attua. Non deve provocare effetti avversi, in modo da poter essere attuata per tutta la vita. Come sempre, invito al buon senso! 🙂